Difficile resistere alla tentazione di trovare paragoni, diffcile resistere al gioco dei rimandi. Ingiuste entrambe le tentazioni nel caso della Newsom: Joanna si presenta come un meteorite apparso da un altro universo musicale, i suoi pezzi non sono strettamente folk, non sono puri vocalizzi celestiali (o infernali), non sono dolci madrigali bucolici: sono lunghi, spesso commoventi, squarci psicanalitici di una mente che si esprime in musica. Lo stile, Joanna si accompagna all'arpa trattandola come un piano-un banjo-una chitarra acustica, è allo stesso tempo colto e naif, l'arrangiamento (dovuto alla bizzarria di Van Dyke Parks) fa da contraltare alla semplicità spartana delle linee melodiche della voce. Ciò che è superlativa è la sincerità da flusso di coscienza: la voce si impenna, accarezza, brucia mentre ritaglia lunghi e avvolgenti lenzuoli di analogie, di simboli. Memorabile il finale in crescendo isterico di "Emily", il quadretto barocco di "Monkey & Bear", il lungo salmo-confessione di "Only Skin", imparagonabile a quant'altro mai cantato da voce femminile (no: neppure i melismi di Bjork, le lunghe litanie psicoanalitiche di Joni Mitchell, i vocalizzi da sirena di Kate Bush). A volte sembra che neanche Joanna si renda conto delle sue enormi possiblità, e tenda a limitarsi ("Cosmia" da solo, pezzo breve per i suoi canoni, vale un album intero per ricchezza e trovate). Capolavoro di unicità di un'artista che sta crescendo in modo imprevedibile, da ascoltare e avere